E’ il primo post, lo so. Ma l’orario notturno e i pensieri negativi che sto cercando di controllare non mi portano a scrivere grandi premesse. Il mio avvicinamento al buddismo è avvenuto grazie a una persona di cui mi fido moltissimo e che mi ha parlato, lasciandomi incuriosito, quasi scosso. Difficile crederci, poi, quando inizi. C’è come un senso di diffidenza, di sfiducia aprioristica, che nasce dalla delusione delle esperienze religiose codificate: la religione impone dogmi e riti che spesso lasciano vuoti, incompresi a un significato più profondo, e il vivere individualisticamente la religione, il rapporto con la divinità, al di là di ogni pratica condivisa e di ogni regola, è una situazione tutto sommato spesso anche molto facile, accomodante.
Con il buddismo è già l’approccio di partenza a essere diverso. Recito forse da un paio di settimane, con tutti i dubbi e la diffidenza iniziale, ma devo essere sincero: la mia vita è già cambiata.
Come segnare la differenza? Prima di tutto nel porsi un obiettivo al momento di mettersi a praticare, un piccolo impegno mentale (volendo anche egoistico) ma che permette una maggiore determinazione nella recitazione del daimoku.
Poi, concretamente: alzarmi al mattino pieno di energie e voglia di fare, che non mi capitava da troppi mesi, forse da anni (mi alzavo perché costretto da una sveglia e da un lavoro); capacità di reazione positiva alle situazioni e agli stati d’animo negativi, altra cosa che non capitava da troppo tempo, quando fino ad alcune settimane fa era la paranoia a farla da padrona sul controllo del mio cervello e dei miei pensieri; e ancora, voglia di fare, concretezza, idee per sbloccare una situazione di precarietà lavorativa che da qualche mese mi mandava in depressione. Energia.
Non c’è bacchetta magica, non c’è paroxetina che lavori sul sistema nervoso. Ci sono solo io. Le persone. Il mondo. Nessun dio, difficile concepirlo, impossibile crederlo, da troppo tempo. Meglio così, per me, convinto che la profondità della vita spirituale non dipenda dall’esistenza (presunta o creduta) di una divinità a cui rivolgere le proprie preghiere.
E questa ennesima notte che vuole virare alla fastidio e alla rabbia, anche questa notte ritorna a concentrare la mente e l’energia vitale nella direzione migliore, per non disperderla nel niente, per non perdere altro tempo.
bravo, hai descrittomolto bene i tuoi sentimenti e chi pratica come me li capisce in pieno. La pratica è una lotta fra bene e male, fra buddità ed oscurità entrambe innate nella nostra vita. Questo concetto non va mai dimenticato, neanche nei momenti più bui quando sembra che tutto ciò che abbiamo seminato fino a quel momento ( cause ) non si manifesti (effetti)… ma Nichiren ci incoraggia a continuare ricordandoci che “l’inverno si trasforma sempre in primavera” …. allora buona recitazione augurandoti immensi benefici
“Assomiglia all’ingenuità la saggezza”
Condivido con te l’amicizia con la persona che ti ha fatto conoscere Nam Myoho Renge Kyo, la passione per Giovanni Lindo Ferretti e ora anche la pratica.
“Non ora non qui”
Attraverso la pratica di Nam Myoho Renge Kyo scopriamo che il “non ora non qui” può lasciare finalmente il posto a “qui e ora”.
Il Daishonin proclamò che l’Ultimo Giorno della Legge è “il tempo” in cui si diffonderà la grande e pura Legge di Nam Myoho Renge Kyo. [...] Per quanto riguarda la nostra pratica, “quel tempo” si ha solo quando preghiamo davanti al Gohonzon con determinazione e consapevolezza della nostra missione. [...] Goethe scrisse: “Un solo momento decide la vita dell’uomo e il suo destino”. “Quel tempo” è l’istante in cui decidiamo dal profondo del cuore: «Ora mi alzo e combatto!». Da quell’istante il destino cambia, la nosta vita si apre, inizia la storia! (D. Ikeda, “I capitoli Hoben E Juryo” , p. 19)
Il tuo momento è arrivato!
Grazie per questo prezioso contributo.
Buon daimoku
Andre
Grazie per la vostra vicinanza! E’ proprio in questo che sta il senso di tenere un diario pubblico del percorso che ho cominciato… grazie davvero!